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Roma, tra anfore e statue ecco la stazione San Giovanni della metro C

By marzo 31, 2017 No Comments

Il countdown è azzerato. La fermata della Metro di San Giovanni è pronta. Punto di collegamento con la vecchia linea A. E perfetta sintesi tra soluzioni avveniristiche e l’antica storia di Roma messa in risalto dalla talpa. E dal paziente lavoro degli archeologi. Fino a realizzare una stazione/museo sul modello di quelle al Louvre di Parigi o all’Isola dei musei di Berlino.

Oggi la sindaca Virginia Raggi ha ricevuto la fermata di largo Brindisi in consegna dai costruttori. Domani sarà la volta dell’open day per mostrare ai romani, dalle 10 alle 17, il “Viaggio nella storia” che li porta a 27 metri sotto il livello stradale: tra anfore e statue, pannelli didattici e video in inglese e italiano, testimonianze della vita di tutti i giorni (una vanga, noccioli di pesco, ma di 2000 anni fa!, suole consumate dai contadini) e gesta dei condottieri, matrone, papi, regine.

Ma ecco che subito parte un altro conto alla rovescia. Verso l’effettiva entrata in azione della macchina dei trasporti. È prevista per il prossimo autunno: l’ha promesso l’assessore alla Mobilità, Linda Meleo. Ma sapranno Campidoglio e Atac mandare a regime e velocizzare i lenti convogli (uno ogni venti minuti) della modernissima Metro C? E sapranno rispettare i tempi per l’arrivo nel 2021 al Colosseo per riagganciarsi alla linea B? Il conteggio dei soldi prevede cifre altissime per portare la C fino a piazzale Clodio, chissà quando, secondo l’antico progetto. E il conto degli anni per adesso si è bloccato a 10: tanti ce ne sono voluti per arrivare da Pantano a Lodi, ora a San Giovanni. Quanti ce ne vorranno per proseguire il viaggio?

Nella stazione di San Giovanni della C la rappresentazione di lavoro, tecnologia e finanze è affidata subito, scesi i 50 scalini che portano all’ingresso della fermata, da tre serigrafie che accolgono i visitatori, i futuri passeggeri. C’è il disegno stilizzato della fresa della talpa che ha permesso lo scavo e c’è, poco più là la forma del tutto simile di una moneta romana, riproduzione di una delle tante rinvenute dalla Soprintendenza archeologica durante gli scavi preventivi. Al centro delle due “ruote”, una piccola mano: la foto rielaborata di un marmo venuto alla luce nel corso del cantiere, lo strumento primo (quelle 5 dita) degli operai dell’antica Roma e di quella di oggi. Da queste immagini, a 8 metri sotto la città, inizia il “Viaggio nel tempo” (così recita una scritta monumentale ai tornelli) realizzato mettendo in fase quello che è stato il sogno di Rossella Rea, l’archeologa che ha diretto le ricerche, e dei costruttori di Metro C scpa: una stazione/museo che restituisse ai romani e ai turisti le scoperte avvenute grazie allo scavo archeologico ma anche il trascorrere del tempo e le stratificazioni delle vite in questo tratto di città fuori dalle (e temporalmete prima delle) Mura Aureliane.

Diversi soprintendenti archeologi si sono sostituiti in dieci anni. È toccato a Francesco Prosperetti, che è un architetto, portare a compimento l’impresa. E la discesa fino a 27 metri sotto terra per arrivare a prendere il treno della Metro C (o a 15 per scavallare nei vecchi tunnel e salire su un vagone della linea A) viene scandita dal racconto di 21 fasi della storia di Roma: tutte importanti, nessuna esclusa.

Nell’atrio ecco i resti di un servizio di piatti rinascimentale in una vetrina ben illuminata ma anche le tracce dei palazzi dell’Ottocento, intesi come XIX secolo, cancellati dai lavori del secolo scorso. Si scende al piano “Corrispondenze” ed ecco la vetrina dove mani e piedi di qualche divinità romana si affiancano a uno zoccolo; dove l’anellino di una matrona è ingrandito da una lente per metterne in evidenza il nome (…Abia Pacic, nume tutelare della stazione); dove, soprattutto, i resti monumentali di una vasca da irrigazione per l’azienda agricola di età imperiale scoperta nel 2012, sono trasformati in dolmen verticali, mentre il tracciato dell’invaso (era 30 x 70 metri, il più grande di Roma antica) resta disegnato sul pavimento della moderna stazione.

Nel progetto degli allestitori, i colori scandiscono il passaggio delle ere. Le scritte esplicative (forse troppe, difficile seguirle con attenzione mentre si corre verso il treno) sono azzurre per la storia più moderna. E diventano rosse al piano -2, quello della Roma dei principi e della fattoria dove gli schiavi lavoravano a un grande frutteto di pesche: ne sono rimasti decine di noccioli, le radici, i vasi per le talee, gli altri umili strumenti del lavoro. Il percorso all’indietro del tempo ci conduce gradualmente al  colore verde di disegni computerizzati con immagini di natura, di fossili, persino di un mammut (ma trovato vicino al Colosseo). Siamo arrivati alla banchina dove un giorno arriveranno i treni. Ma che è anche il tempo della preistoria, quando i primi uomini e donne, tra il 450mila e 2000 anno a.C., si accamparono lungo l’Acqua Crabra, uno dei tanti corsi d’acqua scomparsi di Roma, e crearono i primi insediamenti.  Le loro tracce vennero presto sepolte, come tutte quelle successive, dalle continue esondazioni del fiume. Su quel limo è stata eretta la città moderna. All’ombra delle Mure aureliane e della basilica di San Giovanni in Laterano.

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